Cooptazione all'università

Da const.

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Testimonianze da Facebook[modifica | modifica sorgente]

La cooptazione accademica non è solo truccare i concorsi. È produrre prestigio e consenso attorno agli ‘allievi’, promuoverli nelle cerchie degli amici, presso le riviste, gli editori. Invitarli e farli invitare dagli amici a tenere seminari o a presiederne. Beninteso, non sto parlando del normale apprezzamento personale tra studiosi, da cui non si può prescindere (l’attività scientifica non si misura con il metro), ma del conflitto di interessi nella promozione degli allievi da parte dei ‘maestri’.


Marcello Abbrescia A me pare che la discussione stia prendendo una piega surreale, e vorrei riportare tutto sulla terra, o meglio, in Italia. Parliamo dal punto di vista pratico della differenza tra concorso e cooptazione. Nel sistema concorsuale -a norma di legge- dovrebbe essere scelto il candidato con il voto di laurea più alto, o il giudizio di dottorato migliore, o il maggior numero di pubblicazioni, o di presentazioni a congresso, o una qualunque altra combinazione ragionevole di questi, o altri, titoli. Se la commissione non fa questa scelta commette, in linea di principio, un illecito amministrativo. Nella cooptazione, chi decide non è legato a questi parametri, quindi può tranquillamente scegliere un candidato con un basso voto di laurea, pessimo giudizio di dottorato, poche pubblicazioni e di bassa qualità. L'importante è che questi sia "benvoluto", per qualche ragione, da chi sceglie, che non deve dare ragioni della propria scelta. Al 99.9% dei casi, in Italia, verrà scelto il figlio/nipote/cugino dell'amico, l'amante del direttore, il tipo che ha scritto la tesi al cugino dell'amico, il portaborse stupido ma puntuale ogni mattina a lustrare la scrivania. Perchè penso questo? Perchè questo già avviene nell'attuale sistema concorsuale, in cui ci dovrebbero essere limiti strettissimi; figuriamoci in un sistema in cui chi decide non ha limiti al proprio arbitrio di scelta. All'estero, un direttore di dipartimento che permettesse una cosa del genere finirebbe due giorni dopo al mercato dietro il banco della frutta, in Italia (povera Italia) ne succedono tante e mai chi fa queste cose è veramente punito. Vogliamo non solo lasciare impunite queste persone, ma anche dare loro la possibilità legale di agire come già fanno per sistemare i propri sodali/amici/amanti/parenti, fregandosene delle leggi e beandosi della propria furbizia e potere quando ci riescono? Ma di che parliamo...(Marcello Abbrescia)



La cooptazione all'italiana è ben diversa da quella che viene fatta all'estero. Ho partecipato ad un concorso a Nizza. Sono stato invitato dal Direttore del Dipartimento a fare un seminario. Ho parlato con il responsabile del gruppo presso cui era bandito il posto. Ho parlato con altri responsabili di gruppi affini per trovare sinergie e collaborazioni. Infine mi è stato chiesto di presentare una dichiarazione di intenti sulle mie future attività in seno al Dipartimento. Non ho vinto ma ho ricevuto importanti feedback e il vincitore d'altra parte era ampiamente più titolato del sottoscritto. Hanno cercato e trovato il migliore, un canadese eccellente. In Italia in numerosi concorsi mi è stato detto che non era necessario che io parlassi con il Direttore né con il responsabile del gruppo, e poi ha vinto l'interno, ampiamente MENO titolato del sottoscritto. Il problema è tutto qui. In Italia non interessa assumere il più bravo ma il servo più fedele. Si interpreta la ricerca come una bottega d'arte, in cui i discepoli vengono cresciuti per proseguire la tradizione del maestro.




https://lepalaisdurire.wordpress.com/2013/10/31/ainis-che-volano/



In Italia, nonostante l'art. 97 terzo comma della 'costituzione più bella del mondo', che dice che i posti pubblici vanno assegnati per concorso (e il concorso è per definizione imparziale, indeterminato in anticipo, aperto a tutti, trasparente, etc.), i posti sono assegnati per cooptazione. Una volta la cooptazione dipendeva da logiche più ampie, in cui c'era un minimo di accordo trasversale nelle discipline. Non che fosse bello, ma forse c'era un vaglio più ampio. Certo questo lasciava dietro una scia di morti e feriti accademici, gente che provava la scalata ma doveva subito cedere perché non sponsorizzata. Per non dire dell'aspetto di classe: se non avevi modo di farti mantenere per anni senza stipendio, meglio lasciar perdere. Il sistema è ancora così, solo che con l'autonomia universitaria ognuno a 'casa propria' fa quello che gli pare, e così se uno ha la forza di far assumere l'allievo, lo fa diventare ordinario pure a 30 anni. E qui interviene l'altro aspetto: il collo di bottiglia. Una volta la domanda e l'offerta erano molto più ristrette, adesso per assumere tutti gli abilitati ci vorrebbero, ai ritmi attuali, circa 15/20 anni. PS: ovviamente non vale l'esaltazione dell'estero come paradiso della meritocrazia: lì cooptano alla grande, anche perché non hanno neanche il vincolo del 97 terzo comma; PS1: in italia il sistema viene criticato a) da chi vorrebbe cambiasse per tutti b) da chi si lamenta perché la luce della cooptazione non si è posata su di lui ma su altri



http://www.innovazionediritto.it/archivio.php?view=articolo&anno=2017&pubblicazione=4&number=10


19 luglio 2019

http://blog.ilgiornale.it/bertirotti/2019/07/18/universita-truccata/


25 febbraio 2019

https://www.trasparenzaemerito.org/notizie/uni-marche-miur-casta-diritto-tributario-niente-rientri-dall-estero-né-autonomia-scientifica



2 febbraio 2019 La COOPTAZIONE nell'Università italiana ovvero in risposta al rettore dell'Università di Firenze, il quale ha sostenuto, qualche giorno fa, in un'intervista a "La Nazione", che non esiste.

Certo, caro rettore, la parola è effettivamente sgradevole, ma purtroppo non ce n’è un’altra migliore per definire l'azione con la quale, quelli che un tempo venivano chiamati "i baroni", e che oggi sono solo, a tutti i livelli, docenti più potenti e maggiormente coperti di altri, immettono a pieno titolo nel sistema universitario alcune persone predestinate con un atto totalmente sovrano, facendoli diventare strutturati, cioè a dire docenti a tutti gli effetti, ovvero a tempo indeterminato. Il paravento è un particolare concorso-burla i cui risultati sono rigorosamente predeterminati ad personam a favore di soggetti che talvolta potrebbero anche essere degli autentici studiosi ma che, più spesso, anzi quasi normalmente, sono degli “aiuti” dei docenti più potenti, distintisi per particolari qualità di vassallaggio o rampolli di autorevoli personalità della politica o dell’economia. L'evento straordinario dell'investitura baronale, che è ben più di vincere un premio milionario alla Lotteria, può realizzarsi presto, tardi, molto tardi o mai, e finché non si realizza il candidato è sempre considerato e definito “giovane studioso", prescindendo dall’età anagrafica, persino al di là dei cinquanta o fin quasi ai sessant’anni. La decisione è apparentemente rimessa al vago giudice collettivo costituito dall’accademia, ovvero dalla “comunità scientifica”, ma, in concreto, è demandata al solito maestro-protettore dell’allievo di volta in volta ritenuto meritevole di cooptazione. Ed è appunto il padrino che si dà da fare per ottenere, tramite il Dipartimento e l’Ateneo di appartenenza, che venga bandito un pubblico concorso, provvedendo, in tempo più o meno breve tempo a seconda del suo reale potere, a nominare un’apposita commissione giudicatrice, adeguatamente istruita a dovere. Se il padrino ci riesce, vincendo la guerra con gli altri padrini, l’allievo meritevole diventa ufficialmente il naturale candidato al posto messo a bando, un tempo chiamato cattedra. Il concorso-farsa che si mette in scena attraverso la commissione sorteggiata o nominata, sempre adeguatamente istruita per far vincere il predestinato, si fonda in buona sostanza sulla valutazione comparativa dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche dei candidati. Sia ben chiaro a tutti che la lettura delle pubblicazioni è assolutamente una sceneggiata, perché l'esito è già deciso. I commissari, formulando i giudizi, però devono fingere non soltanto di averle lette ma di averle rigorosamente valutate, nel migliore dei casi dopo averne sfiorata qualche pagina e aver scorso velocemente l’indice generale e l’indice dei nomi. Sono infatti guai per il candidato che abbia omesso di citare nell’indice dei nomi qualcuno dei commissari d’esame. Gli indici dei nomi, solitamente, assolvono un siffatto compito di verifica delle appartenenze di scuola e delle riverenze accademiche. Ne consegue il giudizio da verbalizzare che consiste in una fantasiosa composizione, ben calibrata caso per caso, delle parole "merito", "qualità", "quantità", "originalità", "acume", "operosità scientifica", ecc. Ecco come si svolgono e come si sono sempre svolte le valutazioni delle commissioni di concorso dell'Università italiana. Dato lo svolgimento procedurale che si è appena descritto, ma soprattutto tenendo conto del fatto che la commissione di norma viene formata in modo da assicurare al Dipartimento che aveva chiesto il bando del posto (vale a dire, al barone del caso) il più agevole controllo del concorso, è persino logico, oltre che prevedibile, che a vincerlo non possa che essere il candidato ufficiale. Del resto, lo si è detto, il concorso è stato bandito per lui, non per altri, anche se, ovviamente, trattandosi di pubblico concorso, tutti coloro che ritenendo di averne titolo possono parteciparvi. Tralasciamo i tentativi più o meno felpati - messi in atto a margine dei vari convegni di studio, in certi casi con telefonate moleste, in altri casi ai limiti della minaccia all'incolumità fisica, da parte dei vari baroni e baronetti, o dei loro assistenti - di evitare che i candidati più titolati partecipino, rischiando di creare particolari grattacapi ai poveri commissari. Così, scontata in linea di massima la non attaccabilità del candidato designato, le reali facoltà di scelta dei commissari − non di rado esercitate in un clima litigioso su valutazioni diverse o contrapposte tra maggioranza e minoranza, altro che notorietà nella “comunità scientifica” − si restringono all’individuazione degli altri due o tre candidati da far partecipare alla farsa, dato che far vincere un concorso quando vi partecipa un solo candidato darebbe fin troppo l'idea della macchinazione costruita a tavolino. In un contesto di tal fatta, chiunque, docente o candidato che sia, osi mettere in discussione le predilezioni e le decisioni di un membro della comunità scientifica ne offuscherebbe il diritto all’autorevolezza (in pratica gli imporrebbe l’umiliazione di “non contare”) violando un costume e una consacrata tradizione che, sulla base di un comune interesse collegialmente riconosciuto e tutelato, vincola ciascun membro della corporazione a riconoscere i privilegi di cui egli è titolare a tutti gli altri suoi colleghi. In termini più pedestri, vige il principio “oggi a te, domani a me” che, a parte ogni altro obbligo o considerazione di natura corporativa, rende utile e ragionevole il non pestarsi i piedi (almeno fintanto che gli interessi personali non siano diventati così forti da indurre a sfidare le regole). Chiunque si ribelli a questa legge è messo ai margini, isolato, per sempre. Di contro, può essere anche del tutto ignoto alla “comunità scientifica” il candidato ufficiale, ma, se sostenuto da un convinto padrino, diventa subito un “illustre sconosciuto”, tanto illustre nella sua oscurità, da meritare di vincere il posto. I profani non coglierebbero appieno il senso di questo strano concorso e, sbagliando, lo abbasserebbero al livello della più volgare corruzione, se non avessero ben chiaro che non è affatto vero che esso abbia poco a che fare con la scienza, ma che, invece, nella sua forma legale e nella sua auto rappresentazione accademica, è seriamente impegnato a fare della scienza stessa un potere. Un potere così integrale, da pretendere l’assolutezza e l’insindacabilità. Ovviamente, con tutto il supremo carico del padrino o maestro il cui apporto alla legalità consiste non nel sottostare alle leggi ma, direttamente, nel farle. Nello specifico, c’è da supporre con buona approssimazione al vero che sia la stessa idea della sovrana libertà del sapere e della ricerca scientifica (il suo ineffabile e iniziatico potere) ad indurre i baroni a ritenere legittimi quegli atti che, da un diverso punto di vista, e per il normale comune cittadino, senza questa iniziazione accademica, si direbbero arbitrii, per non dire abusi. Dato un siffatto assai diffuso sentire, eccessi baronali e viziose bizzarrie a parte, rientra perfettamente nella logica di quell’ineffabile “potere della scienza”, di cui come si è detto la corporazione rivendica l’insindacabilità, la tendenza di ogni autentico barone (ancor più avendone acquista profonda consapevolezza) ad assumere come criterio-guida per aver la certezza di “contare”, cioè di riuscire a condizionare l’intera “comunità scientifica”, la personale capacità di far vincere il concorso a un soggetto di scarse o molto dubbie qualità scientifiche, purché toccato dalla particolare grazia della sua benevolenza: mettere in cattedra un immeritevole è ben più certificante del suo reale potere che l'aiutare un meritevole ad ottenere quel che, in fondo, già gli spetta e che tutti, bene o male, per probità scientifica, sarebbero tenuti a riconoscergli. L’espansione estrema e, se si vuole, la degenerazione di questa logica potrebbero facilmente condurre a decisioni comparabili, nel loro spirito, con la nota pretesa dell’imperatore Caligola di nominare senatore il suo cavallo. Immaginate voi stessi con quale ricaduta sul livello della qualità della ricerca, dell'Università e più in generale, il danno al prodotto interno lordo del Paese. Tra gli eventi di solito registrati come scandalosi c’è il fatto che un qualsiasi “candidato ufficiale”, cioè a dire il predestinato, non vinca il suo concorso. Contribuisce a rendere il caso perlomeno impressionante soprattutto la sua eccezionalità. La questione del merito reale del candidato (e quindi dell’eventuale ingiustizia commessa a suo danno) appare del tutto secondaria. La “comunità scientifica” avverte un certo turbamento per la mancata tenuta delle sue regole consuetudinarie di affiliazione massonica. Se ne attribuisce la responsabilità al padrino in questione che non ha “preparato” il concorso con la dovuta oculatezza o che, in corso d’opera, ha cambiato opinione rivelando un carattere instabile; oppure, allo stesso allievo sconfitto, che forse, proprio quando avrebbe dovuto essere più accorto, ha rivelato una scarsa “maturità” accademica ovvero un qualche difetto di lealtà e di ubbidienza. In ogni caso, sia il padrino o il maestro-protettore, sia il candidato prescelto poi trombato uscirebbero molto male dalla vicenda: il primo con un netto calo di prestigio; il secondo con un diritto alla commiserazione. Qualunque sia la dinamica che apparecchia l'evento straordinario della cooptazione, il sentire beatificante di una siffatta nobilitazione può produrre particolari emozioni in regioni come la Sicilia aduse a un culto quasi mistico, e certamente mitico, dei privilegi feudali associati alla bramosia per quel che Giovanni Verga chiamava la “roba”. Non è un’emozione inferiore a quella da supporre, un tempo, per i preti che, venuti da povertà di famiglia e di generazioni, venissero promossi al rango di vescovi o, ancor più, di cardinali. E subito innescava, quali che fossero i titoli in base ai quali il beneficio si era conseguito, l’idea, gelosissima, dell’appartenenza a un’esclusiva corporazione. In definitiva, come ogni corporazione degna di questo nome, per usare diciamo un eufemismo, quella accademica sa bene, ed è la prima cosa che viene insegnata, attraverso un vero e proprio rito di iniziazione, ad ogni cooptato, che i panni sporchi, come si dice, vanno lavati in casa, e che i favori vanno prontamente ricambiati. Fino a quando alcuni di noi non hanno deciso, un giorno, e con sempre maggiore efficacia e intensità martellante, di denunciare pubblicamente all'opinione pubblica e alla magistratura questi meccanismi consolidati, oliati, che, in alcuni casi, sebbene non in tutti (i più raffinati tendono a distinguere sempre tra cooptazione "virtuosa" e "viziosa", ma il senso poco cambia), comportano reati molto gravi: abuso, omissione, falso, concussione. Da quel giorno, grazie a Trasparenza e Merito. L'Università che vogliamo, forse tutto ciò potrà cambiare per fare in modo di riuscire ad affermare quello che in qualsiasi paese civile degno di questo nome dovrebbe essere dato per scontato e per acquisito: un concorso pubblico deve sempre essere tale, deve fondarsi sulla reale comparazione tra i candidati, e non può essere la triste e auto compiaciuta farsa che prende il nome di cooptazione ma che, a quanto pare nell'Università italiana, vero caro rettore di Firenze, non esiste.

Giambattista Scirè, Giuseppe Carlo Marino


Mio commento

La descrizione riguarda solo un aspetto del problema ed è quello meno significativo. Non ci si chiede per quale motivo un luminare, un rettore o un ordinario vada a rischiare tutto il suo prestigio, la sicurezza economica, la dignità ed onorabilità per garantire la cooptazione ad un illustre sconosciuto. E qui bisogna vincere la dissonanza cognitiva legata al complottismo spinto. Se si nega l'esistenza della realtà del complotto, non lo si potrà mai vincere in quanto non si può combattere un nemico che non si conosce e del quale si nega l'esistenza. L'università è diventata il centro della costruzione della verità.

Alcuni esempi: il 50% degli ordinari di scienza delle finanze, interdetti all'insegnamento.

Ordinari di scienze attuariali hanno fatto convegni sulla sostenibilità delle Casse dei liberi professionisti ma dopo 2 anni l'inpgi è da commissariare.

Ordinari di diritto della previdenza sociale che hanno scritto manuali usati come libri di testo, totalmente in difformità dalla giurisprudenza.

Questa costruzione della verità, è a pagamento, la cooptazione serve a trovare giovani che non svelano queste malefatte che danneggiano l'intera società.

Giambattista Scirè

Sul fatto che la cooptazione serva ad alimentare il quadro di copertura del sistema è evidente, peraltro qualsiasi persona e studioso che pensa con la propria testa ed è difficilmente assoggettabile viene , in un modo o in un altro, presto o tardi, espulso dal sistema o reso innocui, confinato in posizioni marginali.

Mio commento Questa è la descrizione del tassello della spoliazione legale che riguarda l'università è che va visto nel quadro generale degli stakeholder della tecnica della spoliazione legale.

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