Giuseppe Rando

Da const.
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Facebook 7 aprile 2019[modifica | modifica sorgente]

PER FERDINANDO CAMON

Lo scrittore Ferdinando Camon, nel dare alle stampe presso Guanda il suo libro "Scrivere e più che vivere", evidenzia, su FB del 4 aprile u. s., l’ingiustizia patita sulla sua pelle ad opera della «mafia accademica protetta dallo Stato» [sic], chiedendosi alla fine, scorato: «Ha senso combattere contro tutti o è meglio rassegnarsi alla sconfitta?». Per esprimergli la mia solidarietà, ho buttato giù queste righe che mi permetto di pubblicare discostandomi dal mio naturale riserbo (non amo parlare di me, ma sono convinto che la testimonianza diretta sia più efficace di un trattato) e sperando di non tediare troppo i miei amici con le mie paturnie accademiche.

Premetto, a scanso di equivoci e a scorno degli imbecilli, che ho sempre creduto e credo, sulla scorta di qualche grande maestro locale e di molti grandi maestri “fuori sede” da me frequentati, nella funzione insostituibile dell’Università, tanto che non ho mai smesso di lottare, dall’interno, per la trasparenza e la meritocrazia contro il localismo (dei concorsi) e il nepotismo (delle carriere), che rischiano di affossarla. In tale lotta per il miglioramento dell’Università sono stato, invero, in buona compagnia, visto che l’ANDU, per esempio, si dichiara da sempre a favore di concorsi nazionali come unico, efficace antidoto contro il localismo e il nepotismo. Ma devo riconoscere, purtroppo, che qua, a Messina, mi sono sempre trovato solo ed isolato nella mia crociata contro il nepotismo e il localismo, pur fidando molto, da uomo di mare e da siciliano estroverso (non reticente), nella comunicazione, nella collaborazione e nel dialogo costruttivo. Fatto non sorprendente, ove si consideri che a Messina si assiste talora a un capovolgimento oggettivo della realtà e dei valori (!): diventa paladino dell’Università chi gode spudoratamente dei benefici del nepotismo e del localismo conformandosi alla prassi paramafiosa del silenzio o fingendo di non vedere casi clamorosi di corruzione, mentre viene considerato reprobo, nemico dell’Università chi lotta per contribuire ad emendarla dai suoi difetti. Certo, costa molto l’essere divergente dal cliché del professore universitario del tutto integrato, cioè asservito alle logiche del potere accademico e chiuso nel suo hortus di privilegi, di mezzi toni, di molte apparenze (e di poca sostanza). Ma la dignità, innanzi tutto, come diceva mio padre. Sono, invero, uno di quei giovani proletari degli anni Sessanta che sono riusciti a «prendere l’ascensore sociale» in un’Italia ancora contadina (nonostante i primi clamori del boom economico): da figlio volenteroso di un pescatore dello Stretto sono diventato professore ordinario presso l’Università di Messina, superando, senza portare la borsa al alcuno, le mille difficoltà che un sistema – all’epoca, nel mio settore, quanto mai verticistico, paternalistico, baronale, se non (para)mafioso – moltiplicava per gli homines novi, non conformi al modello vigente. Ho detto in altra sede – e non vorrei ripetermi – di un barone locale che, senza avere mai dato contributi scientifici di grande rilievo e senza mostrare alcuna sensibilità politica e culturale per il “nuovo” che avanzava (mentre intorno esplodeva il Sessantotto e intellettuali come Sciascia, Moravia, Calvino, Pasolini al pari di studiosi come Petronio, Muscetta, Asor Rosa calamitavano i nostri interessi di giovani “di sinistra”), dominava di fatto l’italianistica in Italia e ne “pilotava” tutti i concorsi, da gran commis del potere politico – era notoriamente amico del ministro democristiano Misasi – imponendo, in loco, dure corvées a giovani laureati privi di solide radici culturali, affascinati dal suo potere e disposti a fare anche da «maggiordomi» (Adele FORTINO, "Messina sul sofà", Armando Siciliano Editore, Messina 1998, p. 101) o da gostwritwer, in cambio di agevolazioni carrieristiche. Era, invero, un manager accortissimo che, sfruttando il «consociativismo» imperante in sede politica, riuscì a ottenere il consenso anche di chi (i comunisti, in ispecie) avrebbe dovuto opporsi a criteri gestionali lontani mille miglia dai valori costituzionali: il solo Giuseppe Petronio, tra gli intellettuali di sinistra, non si lasciò abbacinare, per alcun tempo, dai lampi messinesi e non perdeva occasione di svelare i misfatti del «tarantino» ai giovani che ne seguivano il magistero (quorum ego). Però, alla fine, anche lui (ed è tutto dire) acconsentì. Ma la storia dell’italianistica tra la prima e la seconda repubblica è ancora tutta da riscrivere, se mai qualcuno vorrà farlo. Comunque, io mi tenni sempre lontano da quella corte, nonostante gli inviti “paterni” del barone («Io apro sempre a chi bussa alla mia porta»), soprattutto per la mia marinaresca indocilità a «servire» (leitmotiv degli adepti). Epperò da solo, con mille maestri “cartacei”, dedicandomi, per anni, allo «studio», magari «matto», ma stimolantissimo dell’opera di Vittorio Alfieri, ho dimostrato – io e solo io – col supporto della Filologia e della Storia, già negli anni Ottanta, che l’Astigiano, lungi dall’essere l’astratto libertario (di Croce), l’anarchico (di Calosso) , il reazionario (di Natalino Sapegno e di Vitilio Masiello), recepì nei suoi trattati e trasferì nelle sue tragedie “politiche”, nelle Commedie e in altre sue opere, le proposte avanzate dai costituzionalisti francesi (Mounier, Mably, De Lolme, Condorcet, l’ultimo Diderot), facendosi per primo, in Italia, assertore del Costituzionalismo, in alternativa al fatiscente dispotismo illuminato, già caro agli illuministi (la fase espansiva dell’Illuminismo e del Dispotismo illuminato si era esaurita nei primi anni Settanta del XVIII secolo).Rinvio chi voglia approfondire l’argomento al mio volume rubbettianiano "Alfieri europeo: le «sacrosante» leggi" del 2007 e al recente "Alfieri costituzionalista", RC, Equilibri, 2015 (ma vale la pena di ricordare anche la mia prima monografia sull’Astigiano, "Tre saggi alfieriani", pubblicata a Roma da Herder, sommamente apprezzata da Giuseppe Petronio, che la inserì nella sua monumentale "Antologia della critica letteraria" laterziana del 1986, e da Raffaele Spongano, che ne pubblicò una vasta, dettagliata recensione in «Studi e problemi di critica testuale», 28, 1984). Fu una svolta effettiva nella storia della critica alfieriana, convalidata peraltro dagli specialisti (da Giuseppe Petronio, a Raffaele Spongano, ad Arnaldo Di Benedetto, a Stefano De Luca, a Bartolo Anglani, per citare i primi che mi vengono in mente), e oramai recepita all over the world. Per dirne una: i suddetti costituzionalisti francesi sono diventati, dopo i miei studi, “fonti” del pensiero politico di Alfieri, laddove, per duecento anni e ancora nel 1964, con Vitilio Masiello, si era creduto che solamente su Machiavelli e Plutarco (!) l’Astigiano avesse fondato la sua visione del mondo e la sua avversione alla tirannide. Ma nonostante questi clamorosi, insoliti traguardi che in altre Università (o in altre nazioni) mi avrebbero proiettato immediatamente ai vertici, fui costretto, per la mia «indocilità», a lunghi anni di purgatorio nella fascia degli associati, in cui ero pervenuto trentenne: mentore Petronio che mi segnalò (!) al barone. Non importò a nessuno che, tra la fine degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, avessi pubblicato, inoltre, la mia prima monografia leopardiana e la prima - unica finora - edizione critica dell’orazione "Agl’Italiani" del Recanatese, nonché la monografia su Verga, "La bussola del realismo", a Roma da Bulzoni, e il saggio «fondamentale» sulla "Elaborazione di Gente in Aspromonte". Capitò invece che «maggiordomi» e maggiordomesse (!) conquistassero cattedre con articoletti ripetitivi sui minimi e con promesse di edizioni critiche sui massimi (era la lezione del “maestro”). Poi, quando Dio volle, il dominio del barone finì e, secondo prassi accademica, fiorirono i baronelli, non meno virulenti, invero, del “maestro”. Ma i miei libri non pleonastici pare illustrino l’Università trasparente e meritocratica, a loro scorno. Alla fine, tutto soppesato, mi era andata bene: avevo raggiunto la meta agognata, ero riuscito (soprattutto) a dare contributi oggettivi alla scienza (alla critica e alla filologia, nella fattispecie) e trasmettevo saperi e valori a centinaia e centinaia di studenti volenterosi ed entusiasti. Ma i miei guai accademici non erano finiti: il sistema è quello che è purtroppo, e non fa sconti a chi non vi si conforma. Orbene, con la sola, inerme autorità che mi viene dai miei «innovativi» (Di Benedetto, Anglani, De Luca) studi alfieriani, qualche anno fa ho levato, da Messina, un grido di dolore per la sorte di studiosi abilitati all’insegnamento universitario (con montagne di libri pubblicati da editori accreditati) e costretti a insegnare in periferiche scuole di provincia o a fare i camerieri a Londra per campare. Denunciavo, nel contempo, alle superiori autorità accademiche, la logica localistica, che è spesso anche nepotistica, perdurante nei Dipartimenti, secondo cui, a fronte di non poche cattedre scoperte, non si bandiscono concorsi pubblici nazionali (complice anche la crisi economica) e si lascia che insegnamenti fondamentali vengano tenuti per supplenza da ricercatori già oberati di lavoro e (costretti talora a insegnare anche quello che non sanno) o coperti da disinvolti professori, di prima o seconda fascia, di materia (“minore”) affine, previo un salto di settore disciplinare, che non si nega a nessuno (neanche a chi non abbia pubblicato alcunché di specialistico). In particolare, Letteratura Italiana, a Messina (!) restava priva di professori ordinari e associati mentre i due unici ricercatori venivano bocciati all’abilitazione: chiedevo pertanto, per amore di quella disciplina, per zelo deontologico e per rispetto delle sacrosante esigenze degli studenti, che si bandisse almeno un concorso nazionale, tra quelli previsti del 20%, per avere almeno un professore abilitato all’insegnamento di quella materia, contro la prassi locale della supplenza di docenti raccogliticci in loco. Ma la mia, forse ingenua, richiesta non sortì l’effetto sperato dacché tutto l’establishment accademico (locale e nazionale), caro Ferdinando Canon, ha bellamente ignorato le ragioni della legge e dell’etica, mostrando chiaramente di condividere l’abominevole status quo. E, per giunta, sono stato definito, in pubblico, «nemico dell’Università» e perciò «non gradito all’Università» da un baronello iperprotetto e superbilioso (senza che alcun esponente dell’organigramma lo abbia finora smentito, nonostante le mie indignate, reiterate proteste). Sicché qualche mio sodale e non pochi miei allievi di lungo corso si sono convinti che l’universo accademico sia irredimibile. Non io, che amo e onoro l’Università con i miei studi «innovativi» e che continuo a lottare, con i migliori, per migliorarla. E nemmeno tu, voglio sperare, caro Camon, che hai già dato - e molto dai- alla cultura, alla letteratura e ai giovani: resistiamo.

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