Il conflitto pensionistico/Conflitto intergenerazionale

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Il conflitto intergenerazionale in senso lato, si palesa con tutte le politiche attive che generano, nel tempo, una variazione dei livelli di reddito per classi di età o coorti.

Ciò deriva dalla attuazione di politiche di redistribuzione dei redditi[1] che possono consistere in maggiori incentivi e servizi o in minori interventi di sostegno del reddito per fasce di età della popolazione.[2]

La normativa che determina il conflitto intergenerazionale è dunque basata sul principio della discriminazione generazionale.

Il conflitto intergenerazionale, nel campo della previdenza sociale, consiste nella disparità di trattamento dello Stato o di suoi enti nei confronti di cittadini di generazioni successive (tradimento intergenerazionale) in quanto le prestazioni previdenziali nei sistemi pensionistici senza patrimonio di previdenza sono determinate con leggi speciali dello Stato secondo la teoria costituzionale nel diritto della previdenza sociale e nel modello previdenziale corporativo fascista riconoscono tassi di rendimento apparente a seconda della professione e della coorte.

Inoltre da elevate promesse pensionistiche ad alcune generazioni derivano un elevato debito previdenziale latente o debito pubblico implicito e generano, in fase di corresponsione, un debito pubblico esplicito in accollo allo Stato e quindi alle generazioni future.

Il conflitto intergenerazionale, nel campo del diritto del lavoro,[3] consiste nella disparità di trattamento nei contratti di lavoro tra le generazioni successive in quanto i contratti di lavoro utilizzati per successive coorti di lavoratori forniscono redditi e tutele sociali o previdenziali che si sostanziano in un trasferimento di risorse tra generazioni. Un esempio del 2014 sono i nuovi contratti di lavoro inseriti nel decreto Poletti.

Si può quindi individuare il conflitto intergenerazionale nel campo del lavoro, della previdenza, dell'assistenza, della sanità, della istruzione.

Il conflitto intergenerazionale nel campo della previdenza in Italia[modifica | modifica sorgente]

Le radici del conflitto intergenerazionale in Italia, sono insite nel sistema del welfare che applica il modello previdenziale corporativo fascista fin dalle sue origini, anziché il modello previdenziale universale come avviene ad es. nel sistema pensionistico obbligatorio in Svizzera fin dal 1948. Fin da dopo la seconda guerra mondiale, il sistema pensionistico pubblico in Italia ha implementato enti previdenziali con gestione finanziaria senza copertura patrimoniale che, per categorie di lavoratori con favorevoli situazioni demografiche o economiche, ha permesso alla politica di fare promesse pensionistiche prive di prospettive di sostenibilità fiscale creando enormi debiti previdenziali latenti che nel tempo si trasformano in deficit dello Stato e quindi in aumento del debito pubblico esplicito.

E' quindi nei diversi livelli di prestazioni previdenziali che lo Stato eroga alle diverse generazioni di lavoratori che si origina il conflitto intergenerazionale. Ad ogni coorte corrisponde un diverso tasso di rendimento apparente dei contributi versati con conseguente flusso di risorse tra generazioni.[4] Ne consegue, nel breve periodo, che per mantenere le promesse pensionistiche, i lavoratori attivi sono soggetti ad un aumento della pressione fiscale legale e del cuneo fiscale con conseguente diminuzione del reddito disponibile. Nel lungo periodo invece il carico degli interessi dovuti all'aumento del debito pubblico diminuisce le aspettative pensionistiche e l'adeguatezza delle prestazioni previdenziali attese.

La Riforma delle pensioni Fornero e le successive e precedenti riforme previdenziali aumentano inoltre l'incertezza con continue modifiche dello schema pensionistico con formula delle rendite predefinita applicato ai lavoratori.

Le generazioni in conflitto[modifica | modifica sorgente]

L'analisi socio-economica del tema presuppone l'individuazione delle generazioni o coorti che condividono, in larga massima, le stesse regole previdenziali, in virtù delle principali riforme previdenziali che sono avvenute in Italia.

Si possono individuare, quattro generazioni, distinte in base all'anno di entrata nel mondo del lavoro, con tratti distintivi marcati tra di loro:

  1. 1948 La generazione che è entrata nel mondo del lavoro nel dopoguerra;
  2. 1968 La generazione che è entrata nel mondo del lavoro durante le marcate rivendicazioni dei diritti;
  3. 1978 La generazione che è entrata nel mondo del lavoro dopo il delitto Moro;
  4. 1995 La generazione che è entrata nel mondo del lavoro con la riforma Dini detta anche dei bamboccioni|;

In realtà il conflitto nasce tra la generazione del 1968 e le successive, la generazione del 1948 è di riferimento per capire l'evoluzione storica del fenomeno. Le generazioni in conflitto sono create dalla maggioranza parlamentare che sosteneva il governo Dini composta da PDS, PPI, PSI, FdV, Rete, CS, LN, DEM, CCD, CDU che approvò l'omonima riforma previdenziale.

La generazione del 1948[modifica | modifica sorgente]

Pensionamento dal 1978 al 2003.

Gli importi delle pensioni sono stati determinati con il metodo di calcolo retributivo.

Comprende anche chi è riuscito a maturare nel pubblico impiego la baby pensione ma anche il vitalizio del parlamentare o la pensione gonfiata.

La generazione del 1968[modifica | modifica sorgente]

Pensionamento dal 2003 fino ad entro il 2015-2018.

La generazione del 1968 comprende tutti quelli che hanno conseguito il diritto alla pensione prima della entrata in vigore della riforma Fornero o con minime penalizzazioni subito dopo. Vi rientra chi nel 1996 avevano più di 18 anni di contribuzione, secondo quanto previsto dalla riforma Dini. La pensione di vecchiaia è quindi calcolata solo o principalmente con il metodo di calcolo retributivo.

Per la Cassa dei Ragionieri si è già tentato di introdurre senza successo il pro-rata dal 2002 scatenando i primi contrasti tra generazioni successive.[5]

La generazione del 1978[modifica | modifica sorgente]

Pensionamento dal 2019-2029.

La generazione del 1978 comprende, chi è entrato nel mondo del lavoro fino all'entrata in vigore della riforma Dini, ma che usufruisce del metodo di calcolo retributivo per il calcolo della pensione di vecchiaia solo per gli anni maturati fino al 1996 e per la restante parte il metodo di calcolo contributivo a capitalizzazione simulata sulla crescita. Tale generazione andrà in pensione dal 2020 in poi e sarà la prima a subire serie decurtazioni rispetto alla generazione precedente in quanto il metodo di calcolo retributivo premia molto gli ultimi anni di lavoro, quindi per i primi anni di retributivo non usufruisce di particolari vantaggi rispetto al metodo contributivo.[6]

La generazione del 1995[modifica | modifica sorgente]

Pensionamento del 2038 in poi.

La generazione entrata nel mondo del lavoro dopo la riforma Dini, dovrebbe utilizzare in toto il metodo di calcolo contributivo aggiornato con la Riforma Fornero, per quanto riguarda i coefficienti di trasformazione| aggiornati secondo la speranza di vita con cadenza biennale.

Gli effetti del modello previdenziale corporativo nel conflitto intergenerazionale[modifica | modifica sorgente]

Nella definizione dei soggetti coinvolti nel conflitto intergenerazionale, non bastano le sole classificazioni generazionali, ma bisogna considerare che in Italia vige il modello previdenziale corporativo fascista per cui più che di conflitto previdenziale intergenerazionale, sarebbe corretto parlare di conflitto previdenziale corporativo, sia quindi tra corporazioni che all'interno delle corporazioni. Fino alla riforma Fornero vi era inoltre una disparità di trattamento di genere, tra lavoratori e lavoratrici, altrimenti si sarebbe continuato anche con un conflitto di genere.

La gestione separata INPS esempio di disparità generazionale[modifica | modifica sorgente]

L'apice della disparità di trattamento tra generazioni è sicuramente rappresentato dalla gestione separata INPS. Essa raccoglie tutti i contratti cosiddetti "flessibili" inaugurati con la stagione del conflitto intergenerazionale. In un primo momento, le aliquote contributive sono state più basse con la motivazione di incentivare assunzioni con un costo del lavoro ridotto, mentre invece si è tradotto nella distruzione di posti di lavoro a tempo indeterminato. In un secondo tempo, le aliquote sono state alzate per arrivare progressivamente con la riforma del lavoro Fornero alle aliquote dei lavoratori dipendenti, ma senza avere le stesse prestazioni previdenziali dei lavoratori dipendenti. In più, i lavori precari nei servizi delle false partite IVA, hanno un elevato cuneo fiscale generato dall' aliquota IVA massima ossia nel 2014 al 22%. Gettito che lo Stato impiega per integrare le disponibilità dell'INPS destinate ai lavoratori dipendenti. Sono gli effetti del modello previdenziale corporativo fascista nel sistema pensionistico pubblico in Italia.

Alcune posizioni politico-economiche sul conflitto intergenerazionale nel campo previdenziale in Italia[modifica | modifica sorgente]

Mauro Maré presidente del MEFOP[modifica | modifica sorgente]

Nel 2014 il professore Mauro Maré segnalava con alcuni articoli l'evidenziarsi degli squilibri del sistema pensionistico italiano, sia pubblico che privato, come presupposto per la nascita del conflitto intergenerazionale.[7]

Il conflitto intergenerazionale nel sistema previdenziale universale[modifica | modifica sorgente]

La riforma delle pensioni Fornero ha dato inizio al passaggio dal modello previdenziale corporativo fascista al modello previdenziale universale che a regime cancellerà tutte le iniquità del precedente regime e ristabilirà l'equità intergenerazionale. Il tempo per permettere l'entrata a regime del nuovo sistema previdenziale si valuta in circa 25-30 anni.

Ma anche successivamente all'avvio del sistema pensionistico universale, si prefigurano altri scenari ove i sistemi pensionistici senza patrimonio di previdenza detti anche a ripartizione sono condizionati dal rischio demografico, economico e politico, ancorché dal punto di vista teorico siano un miglioramento rispetto ai regimi precedenti.

La ripartizione dei costi di tali rischi tra le generazioni attiene alla forza politica dei pensionati o dei lavoratori attivi.[8]

Il conflitto intergenerazionale nel mondo del lavoro[modifica | modifica sorgente]

Anche nel mondo del lavoro negli ultimi 20 anni si è assistito ad una erosione dei diritti dei lavoratori con l'affermazione di contratti di lavoro precari[3] o con il sistema della falsa partita IVA.

Le tappe salienti del processo di precarizzazione sono: la legge Treu del 1997, la riforma del contratto a termine del 2001 e la legge Biagi del 2003.

Uno degli esempi più recenti di contratti di lavoro precario è quello dell'aggiornamento del contratto di lavoro a tempo determinato dal decreto Poletti.

Il contratto di lavoro dei giovani giornalisti[modifica | modifica sorgente]

Uno degli accordi sindacali più penalizzanti per i giovani giornalisti è quello che prevede la remunerazione di 8 euro a pezzo.[9]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. Pensioni d'oro?, in Centro Einaudi. URL consultato il 3 settembre 2014.
    «L'iniquità – l'ottenere una pensione maggiore dei versamenti - è dunque pari a un 30% del reddito da pensione. La pensione di anzianità era un modo “improprio” per redistribuire il reddito – la redistribuzione era a carico dei giovani ed era quasi invisibile. Il modo “proprio”, infatti, è quello visibile delle aliquote IRPEF progressive».
  2. Ricchezza nelle mani dei più anziani. Evitare la guerra tra generazioni (PDF), in Corriere della Sera. URL consultato il 19 maggio 2014.
  3. 3,0 3,1 Pietro Garibaldi, Lavoro: conflitto generazionale, in Treccani. URL consultato il 28 agosto 2014.
    «Dietro la dinamica della disoccupazione giovanile vi è il processo di riforma del mercato del lavoro degli ultimi 15 anni. Dal punto di vista generazionale, è stato un processo di riforma totalmente asimmetrico, poiché basato su una liberalizzazione graduale e crescente dei contratti di lavoro a termine, destinati ai lavoratori che entrano nel mercato del lavoro: giovani e – in misura minore – donne di mezza età.».
  4. Sergio Nisticò, Dall’uniformità dei tassi di sostituzione all’uniformità dei rendimenti individuali: alcune riflessioni sull’equità e la sostenibilità del modello NDC* (PDF), mps.it. URL consultato il 6 settembre 2014.
    «p. 470 - Di contro, il rendimento che la ripartizione offre in uno schema a prestazione definita, non solo è implicito, ovvero nascosto nelle maglie della regola di calcolo della pensione e della mutevole aliquota contributiva che il sistema impone agli attivi per finanziare le pensioni promesse, ma è anche differenziato tra i membri di ciascuna generazione.».
  5. Fabio Savelli, «Meno soldi a chi è ora in pensione, altrimenti i giovani restano senza», in Il Corriere della Sera. URL consultato il 12 settembre 2014.
    «Un sistema totalmente perverso - secondo il suo parere - che penalizza due volte i giovani che stanno accantonando ora per non avere nulla tra 30 anni, quando le forze mancheranno e un assegno di sostentamento sarà necessario. Guerra generazionale alle porte?».
  6. Francesco Galietti, Le forbici sui “diritti acquisiti”? Cosa spinge (e cosa frena) il Rottamatore, in Il Foglio. URL consultato il 19 agosto 2014.
    «Secondo uno studio di ricercatori della Banca d’Italia e dell’Università di Verona di inizio 2013, “Consolidamento della finanza pubblica ed equità tra le generazioni: il caso dell'Italia”, un 43enne italiano pagherà nel corso della sua vita il 50 per cento in più di tasse e contributi rispetto a quanto, in tutto, sborsa chi oggi ha 61 anni. Basti considerare che l’aliquota marginale per un reddito di 30mila euro era del 25 per cento vent’anni fa ed è del 38 per cento oggi. A questo va aggiunto il peso dei contributi, notevolmente aumentato con il passaggio del sistema previdenziale da retributivo a quello contributivo. Le nuove leve, dunque, sono meno ricche, pagano più tasse sui redditi (anche quando i contribuenti appartengono alle fasce meno fortunate) e ricevono meno pensioni di quelle che le hanno precedute.».
  7. Francesco Pacifico, Se i figli non pagano la pensione ai padri?, in Il Garantista, 06/11/2014. URL consultato il 6 novembre 2014.
    «Il problema è che qui si stanno mettendo le basi per un conflitto intergenerazionale, che va evitato.».
  8. Professione Finanza 17/09/2014, La possibilità di metterli eventualmente in atto potrebbe generare conflitti di natura politica che tenderebbero ad aggregare le pressioni in termini generazionali. La numerosità delle generazioni più anziane dominerà sul piano elettorale la numerosità di quelle al lavoro determinando oneri redistributivi che sul piano produttivo penalizzerebbero l’intera economia? Oppure, la forza politica delle generazioni al lavoro riuscirà a ridurre la spesa e quindi impedire l’aumento della tassazione?
  9. David Marceddu, Spese pazze, audio capogruppo Pd: “Gabanelli? Una troia. Provoca l’orchite”, 07/10/2014. URL consultato il 14 novembre 2014.
    «“Ma loro (i giornalisti, ndr) non lo sanno”, continuava Monari, “sono pagati in nero, 8 euro a pezzo, darebbero via le chiappe pur di firmare perché pensano legittimamente, son tutti ragazze e ragazzi giovani, a una prospettiva di carriera quindi a loro li perdono. A chi li strumentalizza purtroppo no, ma io non sono Beppe Grillo, non ho un microfono e un palco, non lo riesco a dire, lo dico qua”».

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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