Ulisse 20190328

Da const.

[3] Nonostante la contribuzione previdenziale sia una imposta assoggettata agli artt. 23 e 54 Cost., come confermato in tempi recenti dalla Cassazione Penale, Consiglio di Stato e dalla Corte Costituzionale [“Al riguardo è sufficiente osservare che la capacità contributiva - alla quale va commisurata anche la imposizione contributiva afferente alla previdenza forense (almeno per quanto riguarda il "contributo soggettivo") - non è, nel detto sistema, desunta dalla mera appartenenza alla categoria, ma è individuata sulla base dell'esercizio della professione con continuità, e valutata sulla base dei redditi professionali dichiarati ai fini dell'IRPEF”, Corte Cost. Sent. n. 133/1984] oltre che dalla migliore dottrina. Persino il Mef (Ministero dell'Economia e delle Finanze) – v. allegati, su quesito del sottoscritto confermava la natura giuridica di “imposta” dei contributi previdenziali e la sua inclusione nel calcolo della c.d. “pressione fiscale” (v. anche la seguente nota nr.4). Nonostante tutto ciò, ci ritroviamo con una contribuzione slegata dal reddito dove meno hai e più paghi; e dove in alcuni casi l’imposta diventa addirittura “regressiva”, cucendola addosso persino a soggetti nella soglia di povertà e prive di reddito e “capacità contributiva”. E così facendo dando luogo a posizioni debitorie artificiose e, va da se, “illecite”. E non vi è chi non veda che se non ci fossero le forti protezioni di certi personaggi della politica e delle Istituzioni forensi, nonché gli “omessi controlli” di chi di competenza (più volte dal sottoscritto denunciati, indicati, ed individuati i nominativi, i meccanismi di protezione enunciati e quant’altro di tali condotte criminose), tale la svendita impunita dei Colleghi e delle loro famiglie, sarebbero cessate da tempo e sarebbero state “punite”, e lo Stato di dritto finalmente ripristinato. Si paleserebbero i “regali” fatti dalla medesima mala politica per assicurarsi il reciproco scambio di favori, ed in alcuni casi il silenzio, delle Istituzioni forensi le quali, al contrario, dovrebbero essere costantemente presidio di tutela dei Cittadini. Quello che è accaduto a Cassa Nazionale forense allorquando veniva consentito di acquisire oltre 50mila posizioni e ulteriori entrate annue attuato, nel silenzio di chi era, ed è, preposto a vigilare e controllare. E così, otteneva, un vero e proprio finanziamento pubblico a fondo perduto che generava un “danno erariale”, posto che le somme, unitamente alle sanzioni, e quanto altro artificiosamente ed illecitamente innescato, vanno solo ad abbellire cosmeticamente i bilanci ed a pagare le pensioni “gonfiate” di una parte dell’avvocatura (v. allegati); ma poi condurranno alle cancellazioni di massa, e consapevoli che infine, le somme, verranno restituite dopo molti anni, al compimento della età pensionabile, cioè 70 anni e con almeno 5 di contribuzione, e dunque una restituzione contributiva calcolata sul montante estorto: cioè pochi euro al mese. Una platea di Colleghi messi fuori gioco artificiosamente senza che il merito sia associabile al mero guadagno: di fatto un avvocato che fa desistere il potenziale cliente assistito viene ad essere danneggiato. E ciò diversamente da quello che lo mercifica e monetizza non rispettando doveri, obblighi e giuramento. Meccanismo illecito descritto e denunciato negli allegati che si riverserà con un impatto devastante sulla fiscalità generale (v. allegati per i dettagli).


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