Vito Mancuso

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2020 06 12[modifica | modifica sorgente]

Da "Io e Dio". Itinerario della mente verso Dio. 61. PENSARE A METÀ, PENSARE PER INTERO

Fino a quando si osserva il mondo per quello che è, la fede Dio può benissimo non sorgere: né come risposta, né come desiderio, né come esigenza, e neppure come ipotesi, secondo quanto ebbe a dichiarare il fisico Giorgio Parisi a «Repubblica»: «Dio per me non è neanche un’ipotesi» (31 dicembre 10). Il che, ne sono certo, non impedisce a Parisi e ad altri come lui di vivere una dimensione spirituale della vita, coltivando la musica, la letteratura, le arti. Semplicemente in loro non sorge in alcun modo il bisogno di una realtà quale ultima dimensione dell’essere tradizionalmente chiamata «Dio».

La cosa curiosa è che l’intervista ebbe luogo per celebrare l’assegnazione al fisico italiano della prestigiosa Medaglia Planck per l’anno 2010, assegnata annualmente dalla Deutsche Physikalische Gesellschaft in onore del fisico tedesco Max Planck, che non solo era un credente convinto ma una volta ebbe persino a dichiarare: «Solo coloro che pensano a metà diventano atei; coloro che vanno a fondo col loro pensiero e vedono le relazioni meravigliose tra le leggi universali, riconoscono una potenza creatrice».

Ma come intendere quel pensare «a metà»? Forse Parisi utilizza la potenza logica della mente in modo meno completo rispetto a Planck? Ovviamente no. Io intendo l’espressione di Planck come riferita non al pensiero che sorge dalla pura ragione, ma al pensiero che sorge dalla dimensione etica, per la precisione dalla proiezione che dal sentire etico fuoriesce sull’intero della realtà rivestendola di un’origine e di uno scopo dotati di senso ultimo, e che la mente tradizionalmente denomina Dio. Esattamente come Planck, uno scienziato ateo vede «le relazioni meravigliose tra le leggi universali», ma non per questo sente il bisogno di risalire a Dio. Il semplice vedere le relazioni tra le leggi fisiche non genererà mai la fede in Dio. Le si può vedere, ammirare, meravigliarsi, ma limitarsi a parlare di caso, e non c’è nulla da fare per convincere chi pensa così: Dio, per lui, non diviene neppure un’ipotesi.

Il bisogno di una realtà vivente di nome Dio sorge in alcuni quando dalla considerazione del mondo dal punto di vista logico passano, il più delle volte inconsapevolmente, a una considerazione del mondo dal punto di vista etico. È tra il volere che il mondo in se stesso sia eticamente informato ed eticamente orientato che nasce nella mente e nel cuore il desiderio di credere in Dio. Mi pare sia questo il senso della celebre affermazione di Albert Einstein: «La scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca». Il detto di Einstein, peraltro grande amico di Planck, significa che per lui un essere umano è completo se sa unire dentro di sé la scienza che dischiude il capire come stanno realmente le cose e la religione che orienta il cammino nella direzione giusta verso le cose, se sa unire, in altri termini, scienza e coscienza, conoscenza razionale e saggezza sapienziale, mente e cuore. Non basta conoscere, occorre utilizzare la conoscenza al fine di incrementare il bene e la giustizia.

Einstein viveva la sua particolare religiosità come adesione a una divinità cosmica da lui definita extra-personale (außerpersönlich), Planck invece aveva fede in un Dio personale, ma tale differenza, a questo livello del discorso che si occupa del fondamento della religiosità, è secondaria. Qui cerco piuttosto di indagare il motivo che conduce un essere umano a legare se stesso a un senso che egli non potrà mai dominare e quindi mai dimostrare, ma di cui avverte al contrario di essere dominato, o anche affascinato. La peculiarità di tale dominazione-fascinazione divina consiste nel fatto che essa viene avvertita dalla coscienza come certamente più grande di essa, ma per nulla estranea, anzi come la dimensione originaria cui appartiene da sempre. Forse è per questo che l’ebraismo, il cristianesimo e altre spiritualità parlano della divinità come di un «padre» o di una «madre». Il bambino avverte che i genitori sono più grandi e più forti di lui, ma insieme che non gli sono estranei.

Qualcuno obietterà: ma perché mai il mondo dovrebbe apparire governato da una mente paterna o materna che sia? Non è precisamente questa proiezione del desiderio a svelare il senso infantile e illusorio della religione? Rispondo: ma chi l’ha detto che il sentimento dell’infanzia sia un’illusione, mentre il disincanto dell’età adulta sia la realtà? E se invece fosse il contrario? L’età adulta spesso è un frequente tradimento di quella straordinaria potenzialità di essere che l’infanzia contiene, un impoverimento della meraviglia originaria con cui da bambini ci si stupisce della pioggia, del sole e del vento, per arrivare, da adulti, a non meravigliarsi e a non commuoversi più di nulla. Chi l’ha detto che la capacità di stupore, la gioia infantile per la natura, l’ingenuità innocente della mente, la felicità per il solo fatto di esistere, la facilità di giungere alle lacrime, la voglia di giocare per giocare, e le altre proprietà dei bambini segnalino uno stadio dell’essere meno vero del serio disincanto degli adulti?

Ha scritto Albert Einstein: «La più bella sensazione è il lato misterioso della vita. È il sentimento profondo che si trova sempre nella culla dell’arte e della scienza pura. Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per così dire morto; i suoi occhi sono spenti».

Si narra nel Vangelo che Gesù «chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: “In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli” (Matteo 18,2-4). Queste parole io penso valgano anche per il regno della terra. Credere in Dio responsabilmente significa passare dal pensare a metà limitandosi al ragionamento logico, al pensare per intero aggiungendovi la tensione etica, la cura affettuosa per gli altri, la meraviglia di essere al mondo. (Vito Mancuso)




2020 06 09[modifica | modifica sorgente]

Da “Rifondazione della fede”. L’anima. Definizione dell’anima. 89. L’ESSERE COME ENERGIA

Riconosciutane l’esistenza, tutt’altra questione è se l’anima personale sia o non sia immortale. Per poter rispondere, è necessario prima darne una definizione, cercare di capire meglio che cosa realmente è.

Decisiva è la considerazione dell’essere come energia. I filosofi greci sapevano cosa dicevano quando parlavano dell’essere, perché si riferivano alle stelle, ai corpi celesti, pensati come incorruttibili ed eterni, pensati come il vero essere che sempre permane, in contrapposizione al divenire della terra. Il cannocchiale puntato verso il cielo da Galileo iniziò a mostrare l’esistenza nel mondo celeste di imperfezioni simili a quelle terrestri, ma ciononostante per tutta l’epoca moderna è rimasta immutata la convinzione che la massa viene prima dell’energia, che l’energia dipende dalla massa, asserto fisico che si traduceva metafisicamente nel porre a fondamento del mondo qualcosa di permanente, di statico, di sostanziale, nella convinzione cioè che il vero essere è ciò che non muta, che è sempre identico, mentre tutto ciò che diviene è per definizione effimero e caduco. Si è sempre ritenuta la massa più fondamentale dell’energia, e ancora oggi la gran parte degli uomini pensa che il fondamento dell’essere sia la materia, sia ciò che si vede e si tocca; anche i cristiani continuano a pensare Dio ultimamente come qualcosa di materiale, senza riuscire a concepirlo come spirito, mentre è come spirito che va pensato secondo il Nuovo Testamento (non solo lo Spirito Santo, anche le altre due persone della Trinità vanno pensate come spirito).

Questo radicamento fisico-cosmologico dell’ontologia e della teologia mantenutosi per tutta l’epoca moderna, dopo la teoria della relatività e la fisica quantistica è interamente da rivedere. Oggi il pensiero filosofico e teologico che vuole pensare l’essere lo deve fare in conformità alla nota equazione alla base della teoria della relatività: E = mc2. Tale equazione rappresenta, dal punto di vista dell’ontologia, la posizione fondamentale dell’energia come sostrato primordiale dell’essere. Quando pensiamo l’essere dobbiamo pensarlo come energia.

Che cos’è l’energia, è spirito o è materia? L’energia non si risolve nella materia, è viceversa la materia che si risolve nell’energia. L’energia non si crea né si distrugge, mentre la materia non è altro che un coloratissimo caleidoscopio di forme infinite che continuamente nascono, muoiono, rinascono. L’essere è energia, gli enti sono materia. Dire spirito quindi è il tentativo meno inadeguato di pensare l’essere come ciò che non si risolve nella staticità della materia, ma che è movimento, evoluzione, dinamismo, vorticoso mutare. Il termine spirito è il meno inadeguato per dire che la dimensione fondamentale del l’essere è l’energia, energia che è all’origine di ogni altra dimensione e senza la quale non si comprende nulla della vita. A distanza di quasi duecento anni dalla morte, avvenuta a Bérlino nel 1831, la filosofia di Hegel, che ha fatto non dell’essere come sostanza ma dell’essere come spirito la chiave fondamentale del pensiero, manifesta ancora più luminosamente tutta la sua immensa grandezza

90. L’ANIMA COME SURPLUS DI ENERGIA Prendiamo un sasso. Sappiamo che, come ogni altro corpo naturale, è costituito da molecole, e queste da atomi. Prendiamo l’atomo di un sasso. Esattamente come ogni altro atomo (dei 118 elementi atomici originari finora scoperti o creati artificialmente) è composto da un nucleo di protoni + neutroni e da alcuni elettroni che girano attorno a tale nucleo. Rispetto al volume totale dell’atomo, il nucleo è piccolissimo; rispetto al nucleo, gli elettroni sono ancora più piccoli, sono così evanescenti nella loro sostanzialità che non si sa se sono particelle oppure onde. Il che significa che l’atomo è sostanzialmente vuoto. Ciò che lo tiene insieme, ciò che lo costituisce come il mattone fondamentale della materia, è l’energia che viene sviluppata dal pazzo e forsennato movimento degli elettroni attorno al nucleo, di una velocità pari a circa 100 milioni di km all’ora. Appare chiaro che prima della materia vi è l’energia, perché la materia stessa non è altro che energia, non è altro che ciò che scaturisce dal movimento mai sazio degli elementi primordiali, i quali a loro volta devono essere pensati non come minuscoli puntini ma più propriamente come onde. Quanto agli uomini appare immobile (e che cosa c’è di più immobile di un sasso?) in realtà è una spaventosa e sublime condensazione di energia sempre in movimento, a una velocità che neppure riusciamo a concepire.

Prendiamo un corpo umano. Prendiamone il cervello, oppure l’unghia di un piede. Quanto è stato/detto a proposito del sasso si ripresenta qui tale e quale. La struttura dell’atomo è identica, è sempre il movimento degli elettroni attorno al nucleo che fa stare insieme i nostri atomi. Anche il corpo umano, così come il sasso, è fondamentalmente vuoto. L’impenetrabilità dei corpi, uno dei principi assiomatici della scienza antica, ci fa sorridere, oggi che siamo noi stessi a far passare dentro i nostri corpi chissà quante migliaia di onde elettromagnetiche al giorno. Anche noi, dal punto di vista della fisica fondamentale, siamo vuoti. La materia del nostro corpo non è altro che energia condensata, o meglio energia che continuamente si condensa.

Ma, a differenza di un sasso, il corpo umano si muove, è vivo. Il risultato del movimento degli elementi atomici che costituiscono un sasso dà immobilità, mentre il risultato del movimento degli elementi atomici che costituiscono un corpo umano (o qualunque altro corpo vegetale o animale) dà a sua volta movimento, dà ciò che chiamiamo vita. Perché? Perché, se tutto si muove allo stesso modo, qualcosa si configura come corpo immobile e senza vita, e qualcosa d’altro come corpo mobile e pieno di vita?

La risposta sta in una diversa configurazione dell’energia. Nel primo caso l’energia è tutta condensata nella materia. Nel secondo caso, l’energia che scaturisce dal movimento atomico non si racchiude completamente nella configurazione della materia ma presenta un surplus, un’eccedenza, rispetto alla configurazione materiale. Tale surplus di energia rispetto alla materia è ciò che rende il corpo un corpo vivente, animato. L’anima, a questo primo livello dell’essere, si spiega così: come il surplus di energia rispetto alla configurazione materiale del corpo. Se nel silenzio e nel freddo degli spazi cosmici è potuta scaturire ciò che chiamiamo vita, ciò lo si deve allo scarto tra il calore prodotto dal movimento atomico e la configurazione materiale a cui tale movimento dà origine. Questo scarto, questo avanzo, questo surplus di energia, è il segreto della vita.

I più grandi tra i greci l’avevano intuito e avevano chiamato pneuma (termine che traduciamo con spirito), il movimento, il calore, la spinta dell’energia. Insegna Simone Weil: «La parola greca che viene tradotta con “spirito” significa letteralmente soffio igneo, soffio unito al fuoco, e indicava nell’antichità quella nozione che la scienza odierna indica con la parola “energia”». Senza questa comprensione fondamentale dell’essere come energia o come spirito, non si dà ragione della vita, la quale esiste proprio perché non è riducibile (come lo è invece un sasso) a semplice materia. Chi pensa di spiegare la vita solo come semplice materia, solo come res extensa, tradisce proprio l’essenza della vita che è l’energia, il movimento, lo spirito. (Vito Mancuso)


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